contatore accessi Omelia dell’Arcivescovo Alessandro D’Errico (Video) – Chiesa Madre di Carini

Omelia dell’Arcivescovo Alessandro D’Errico (Video)

da

Visita a Carini

Solenne Concelebrazione Eucaristica

alla Chiesa Madre

(Sabato, 21 luglio 2018)

     Nei giorni scorsi mi domandavo quale messaggio potevo proporre a voi in questa Santa Messa. Mi sono detto che forse era meglio presentare qualcosa di pratico, che potesse approfondire la nostra reciproca conoscenza e alimentare la comunione di affetto e di preghiera che ci lega.

E così, dopo riflessione e preghiera, ho pensato che era meglio lasciare a domani un commento sulle letture bibliche e cercare di concentrarmi oggi su qualche elemento che fosse più consono a questa specifica circostanza. Sicché, vorrei presentare tre brevi riflessioni su argomenti che spero possano servire a tale scopo.

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     In primo luogo, penso che molti vi sarete domandati com’è nata la mia nomina ad Arcivescovo titolare di Carini. È molto semplice. Eravamo nell’autunno del 1998. Ero allora in servizio alla Nunziatura Apostolica in Polonia, e il Papa di allora – San Giovanni Paolo II – mi aveva chiesto di essere Nunzio Apostolico (e cioè suo Rappresentante) in Pakistan e Afganistan, elevandomi al tempo stesso alla dignità di Arcivescovo, come si usa fare per i Nunzi Apostolici.

     Stavamo preparando la pubblicazione della nomina, quando ricevetti una telefonata dalla Congregazione per i Vescovi, dall’allora Segretario della Congregazione, oggi Cardinale Francesco Monterisi, che mi chiedeva se avessi qualche preferenza per la sede titolare che doveva essermi assegnata, specificando che ovviamente non si trattava di governo pastorale, ma semplicemente di avere un riferimento a uno specifico territorio ecclesiastico, secondo l’antica tradizione della Chiesa. Risposi che francamente non ci avevo pensato e perciò forse era meglio che fosse lui stesso a propormi qualche sede. Egli mi feci tre-quattro nomi di sedi allora vacanti, e quando mi parlò di Carini, mi bastò sapere che essa è tra Palermo e Monreale. E così accettai Carini, con grande gioia.

     La cosa più interessante però è un’altra. Qualche giorno dopo la pubblicazione della nomina (che avvenne il 14 novembre 1998), alcuni amici studiosi di storia locale della mia città natale (Frattamaggiore, in provincia di Napoli), mi dissero che questo era stato provvidenziale, perché tra Carini e Frattamaggiore c’era già una consolidata connessione, che risaliva a un famoso poeta frattese vissuto nell’Ottocento, Giulio Genoino. Genoino tra l’altro fu autore di numerose canzoni, sia in italiano che in napoletano, la più famosa delle quali è Fenesta ca lucive. Come forse saprete, questa canzone è diventata ancora più conosciuta negli anni ‘70 del secolo scorso, perché entrò in due film di Pier Paolo Pasolini. Ora questa canzone (con il testo del Poeta frattese Giulio Genoino) si rifà ad un antico poema siciliano, ispirato al Castello di Carini e alla triste storia della Baronessa di Carini. “Quanto è piccolo il mondo. Sì, è stato proprio provvidenziale”, dissi ai miei amici. E ancora oggi sono ben felice che si possa iscrivere anche il mio nome accanto a quello del grande Giulio Genoino, nello sviluppo delle relazioni tra quest’antica sede e Frattamaggiore.

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     Vorrei ora passare al secondo punto di queste brevi riflessioni di presentazione e di condivisione. Come ho menzionato, nel novembre 1998 accettai di diventare Nunzio Apostolico e Arcivescovo titolare di Carini. Ricevetti l’ordinazione episcopale il 6 gennaio 1999 direttamente da San Giovanni Paolo II. Poi, nel febbraio successivo, raggiunsi Islamabad in Pakistan, per la mia prima missione di Rappresentante Pontificio, appunto in Pakistan e Afganistan. Erano anni difficili per le minoranze cattoliche di quei Paesi, e le difficoltà aumentarono due anni dopo, nel 2001, quando – dopo l’attentato alle torri gemelle di New York, dell’11 settembre di quell’anno – gli americani organizzarono una coalizione militare per liberare l’Afganistan dall’allora regime radicale islamico. Tuttavia di quegli anni conservo un caro ricordo, per ciò che ho potuto vivere in circostanze veramente molto delicate, e per l’esempio che ho ricevuto da quelle comunità travagliate. Eravamo veramente in zone di frontiera, e a guardare oggi qualche foto (sempre circondato da persone armate, per motivi di sicurezza), resto ancora emozionato e pieno di gratitudine a Dio per quelle esperienze che ho potuto vivere.  

     Alla fine del 2005, Papa Benedetto XVI mi chiese di andare a Sarajevo, suo Rappresentante in Bosnia Erzegovina e successivamente anche in Montenegro (dal 2010): altri sette anni, che passarono molto in fretta. Era un pe-riodo di grandi trasformazioni sociali, dopo la guerra degli inizi degli anni ’90, che aveva portato alla disgregazione dell’ex-Yugoslavia. Anche in Bosnia Erzegovina e Montenegro le comunità cattoliche erano minoritarie, e il nostro impegno fu soprattutto di assicurare per esse un quadro giuridico definito, attraverso la stipulazione di Accordi-quadro con i Governi, che assicurassero eguali diritti e doveri rispetto alle comunità religiose maggioritarie.

     Nel 2012 Benedetto XVI nominò Nunzio Apostolico in Croazia, per continuare da Zagabria – che per i cattolici croati dei Balcani è il punto di riferimento principale – ciò che avevamo cercato di realizzare e di seminare a Sarajevo e Podgorica. La differenza principale era che per la prima volta potevo svolgere la mia missione di Rappresentante Pontificio in un Paese a grande maggioranza cattolica, pur restando nel contesto balcanico, che ormai conoscevo bene.

     Passai in Croazia cinque anni molto intensi, fino a quando lo scorso anno Papa Francesco pensò a me per il ruolo di suo Rappresentante a Malta e in Libia, che – come sapete – costituiscono centri rilevanti nel Mediterraneo per questioni che spesso si dibattono a livello internazionale.

     A questo punto, immagino che qualcuno tra voi si domanderà: “Ma in concreto, cosa fa un Nunzio Apostolico? Quali sono il suo ruolo e le sue attività, come Rappresentante del Santo Padre?” In breve, direi che la missione del Rappresentante Pontificio si articola in tre compiti:

     Il primo e quello diplomatico: e cioè, quello di rappresentare il Santo Padre e la Santa Sede presso gli Stati e le Organizzazione Internazionali, analogo a quello di altri Ambasciatori. Il secondo compito è più specificamente ecclesiale: il Nunzio ha una missione presso la comunità cattolica del Paese al quale è inviato; una funzione di coordinamento a livello locale, di ponte tra le comunità cattolica locali e il Governo centrale della Chiesa. Il terzo compito è ecumenico e interreligioso perché dopo le incomprensioni del passato, oggi si insiste molto sulla necessità di un dialogo con le culture e con le religioni.

     Forse è utile chiarire soprattutto la terminologia. La parola Nunzio, di origine latina, significa messaggero, inviato. La parola Apostolico fa riferimento al Papa e alla sua missione. Perciò un Nunzio Apostolico è l’Inviato del Papa, il Rappresentante del Santo Padre, e spesso è chiamato l’Ambasciatore della Santa Sede. Tuttavia, dire che il Nunzio Apostolico è “Ambasciatore della Santa Sede” non afferma interamente la sua funzione e la sua missione, perché un Nunzio è Rappresentante del Papa non soltanto a livello diplomatico (come ho cercato di chiarire), ma anche a livello ecclesiale e di relazioni ecumeniche e interreligiose.

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     A conclusione di queste riflessioni, nel contesto di preghiera di questa bella celebrazione eucaristica, consentitemi di aggiungere un terzo punto, che ritengo di grande importanza. E cioè, come forse avrete già notato, il ministero episcopale di un Nunzio Apostolico è per molti aspetti un servizio missionario, perché per sua natura si svolge fuori della propria patria, presso i popoli le Nazioni e le Chiese locali a cui è inviato. Ora, come per ogni ministero missionario, sono profondamente convinto che esso sarà tanto più efficace quanto più sarà accompagnato e sostenuto dalla preghiera delle persone che lo seguono e gli vogliono bene.

     Questo ho ripetuto sin dall’inizio del mio servizio episcopale, nella mia parrocchia e nella mia diocesi d’origine, e dappertutto dove ho servito la Santa Sede. Ho sempre insistito sulla necessità di una preghiera che sostenga questo servizio. Ovviamente, sono certo che altrettanto avete fatto voi in questi anni per il vostro Arcivescovo titolare. Ora sono fiducioso che questi vincoli di preghiera si potranno ancor più rafforzare, dopo questo nostro incontro.

     A questo proposito, vorrei pure far riferimento al mio motto episcopale. Come sapete, i Vescovi hanno uno stemma araldico, ove sono presentati in breve la loro origine e il loro programma pastorale. Sotto lo stemma, è pure indicato un motto che indica qualche elemento specifico della sua spiritualità. Ebbene, quando nel 1998 definii il mio stemma, per motto scelsi tre brevi parole, che sono: Veni Sancte Spiritus (Vieni Spirito Santo). Feci questa scelta per due motivi. Il primo, perché la mia elezione all’episcopato era maturata durante l’anno che il Papa di allora, San Giovanni Paolo II, aveva consacrato allo Spirito Santo nel cammino di preparazione al Terzo Millennio. Il secondo motivo è che ritenevo fondamentale accompagnare con la preghiera questo ministero, e anche invitare amici e conoscenti alla preghiera per me: una preghiera rivolta specialmente allo Spirito Santo, che è datore di vita e anima interna della Chiesa.

     Perciò, questo vorrei raccomandare a voi questa sera, con tanto affetto e gratitudine. Rimanete uniti al vostro Arcivescovo titolare e sostenetelo, non solo con affetto e amicizia, ma soprattutto con la preghiera. Vi chiedo di pregare spesso per me lo Spirito Santo, che è il celeste Patrono del mio ministero episcopale. Vi domando di invocarlo spesso con questa preghiera semplice, insieme a me. E una preghiera breve, facile da ricordare. Veni Sancte Spiritus (Vieni Spirito Santo). Sono sicuro che porterà molti buoni frutti, non solo per me, ma anche per voi, per la nostra bella e amata Carini, per la Repubblica di Malta e per la Libia.

Amen.

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